A manifestazione finita, torna il dilemma per tutte e tutti: Cosa fare insieme per l’Ucraina, domani? Il fatto che la piazza fosse divisa sul cosa fare domani non può e non deve essere una debolezza, ma il primo “movens” che spinge le forze di pace verso l’obiettivo: il dialogo tra le parti. Nessuno osi dividere la piazza di ieri

 

Ieri per la società civile italiana è stata una data importante: da decenni non vedevamo cento mila persone scendere in unica piazza.

Non era affatto un popolo unito nei percorsi e nelle scelte da intraprendere nel prossimo futuro, ma era certamente una folla spinta in strada dall’unico obiettivo comune: affermare l’urgenza di far avanzare le forze di pace contro le armi che seminano morte, non solo nell’Est Europa ma nello scenario internazionale attuale.

È indubbio, tuttavia, che il sentiment della piazza fosse per lo più teso verso i temi dello sviluppo equo e solidale, il disarmo globale, l’ecologia integrale, l’accoglienza incondizionata dei migranti, la solidarietà alle donne iraniane, il rispetto dei diritti sociali e la protezione di tutte le forme di povertà. Su questi temi la folla era un solo corpo, e sarebbe ipocrita dire che lo fosse anche negli applausi, davvero pochi, alla resistenza ucraina e alla sofferenza delle donne ucraine. Schierarsi apertamente “pro Kiev” veniva avvertito come “un tema divisivo”, né è mai stato intonato un canto ucraino in solidarietà al popolo oppresso, e nella grande carenza di bandiere ucraine, tra i manifestanti continuavano a risuonare le note di “el pueblo unito” per la liberazione del Cile dal dittatore Pinochet. La piazza era divisa in mille e più idee e quando si intonava “Bella Ciao” era chiaro che c’era chi rivedeva “l’invasor” nella NATO e chi solidarizzava con la resistenza ucraina. Agli estremi, metaforici, di San Giovanni in Laterano c’erano i cartelli di “Italia Sovrana” in cui si intimava un triplice diktat: “no armi, no sanzioni, via la Nato dall’Italia” e quelli del Partito Marxista-Leninista che inneggiavano ad una “Ucraina libera, indipendente, sovrana e integrale” e che gridavano a lettere maiuscole “via la Russia dal Donbass”, con al centro l’immagine di un carro armato ed un’incitazione italianizzata del “Che”: “fino alla vittoria”. Non proprio un arcobaleno.

Dal palco di San Giovanni in Laterano gli interventi dei vari protagonisti di Europe for Peace sono stati tutti importanti e densi di futuro, un futuro possibile solo se avverrà un urgente cambio di passo nei rapporti di potere nel mondo, nella sua economia turboliberista, nelle disuguaglianze globali in aumento, nel rispetto dell’ambiente.

Solo l’intervento di Andrea Riccardi, fondatore della Sant’Egidio, si può dire che “abbia centrato il tema contingente”, quell’urgenza per cui si era tutte e tutti lì: Riccardi ha utilizzato il suo tempo sul palco per parlare principalmente dell’aggressione all’Ucraina, e le sue parole non hanno ricevuto la stessa ondata di entusiasmo e di applausi elargiti ai relatori che lo hanno preceduto e seguito, che hanno affrontato temi globali e di lungo periodo, ha avuto finanche l’ardire di citare Macrón e non si è rifugiato nella citazione di un profeta della Bibbia o solo nella figura largamente unitaria di Papa Francesco.

A manifestazione finita, è tornato il dilemma per tutte e tutti: cosa fare insieme per l’Ucraina, da domani?

La verità è che non sappiamo ancora come ci coordineremo, ma da ieri sappiamo che siamo in tanti a cercare la pace su strade diverse. Il fatto che la piazza fosse divisa sul cosa fare domani non può e non deve essere una debolezza, ma il primo “movens” che spinge le forze di pace verso l’obiettivo: il dialogo tra le parti.

Nessuno utilizzi piazza San Giovanni sul mercato politico e, ancor peggio, nessuno osi disunire la piazza di ieri.

Leggi l’articolo di Angelo Moretti su Vita.it