IL DECALOGO DI MEAN

 

  1. Andiamo a Kiev perché abbiamo deciso di non acconsentire alla guerra come evento e come pensiero totalitario che, come un veleno, conquista teste a cuori.
    La guerra alimenta lo schema binario amico-nemico, buono-cattivo, armi-non armi e man mano disegna un mondo senza possibilità di intesa.
    Abbiamo deciso di uscire da questo schema e da questa logica alla ricerca di pensieri e di relazioni in cui l’intesa sia almeno augurabile.

 

  1. L’Ucraina non è il palcoscenico né dei nostri ragionamenti né dei nostri sentimenti. Non andiamo in Ucraina per dire che siamo buoni e pacifici.
    Andiamo per essere accanto agli ucraini aggrediti e martirizzati da tante, troppe, settimane. Siamo lì per abbracciarli e condividere il loro dolore.

 

  1. La nostra azione non arriva dall’alto ma è preparata, condivisa, discussa con la società civile ucraina, con le sue organizzazioni e istituzioni.
    Siamo con loro e accanto a loro per chiedere il silenzio delle armi e il ritiro dell’aggressore e per offrire una mano concreta ai più fragili e ai minori.

 

  1. La nostra azione è anche ispirata, e condivisa, dalle tantissime organizzazioni impegnate in Italia e in tutta Europa,  a partire da quelle nei Paesi confinanti,  che da oltre 100 giorni accolgono e aiutano i profughi ucraini e gli sfollati interni: milioni e milioni di persone, donne, bambini, anziani.
    La nostra azione non si sostituisce alla loro ma vuole esaltarla come concreto gesto di pace che oggi va invocata e chiesta urlando.

 

  1. La nostra azione vuole proporre la nonviolenza come arma per la pacificazione. Lo diceva anche Gandhi: ”La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano.  Più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire”.
    I nostri corpi insieme a quelli di tanti ucraini ed europei in marcia verso Kiev e poi a Leopoli, Kharkiv, Černivci vogliono essere un’arma di costruzione di massa: “More arms for hugs, no more war, we Mean it – Più braccia per gli abbracci, niente più guerra, lo vogliamo sul serio”.

 

  1. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese, nella nascente Europa post bellica, disse. “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Un invito quanto mai attuale. Per questo la nostra non vuole essere un’iniziativa simbolica, ma di massa, pur in un contesto che imporrà una presenza diluita nel tempo e nello spazio. Un’iniziativa di massa di cui nessuno è proprietario ma che tutti contribuiscono a creare e sostenere;

 

  1. Riteniamo che nel panorama politico internazionale l’Europa debba porsi come un attore più autonomo e deciso in grado, in quanto tale, di porre fine al conflitto e che la mobilitazione delle società civili europee sia decisiva per mettere in primo piano questa rivendicazione;

 

  1. Riteniamo in particolare che non sia casuale che questo movimento europeo nasca da una iniziativa italiana. Infatti, dalla nostra storia ed elaborazione politica possiamo attingere due idee oggi più attuali che mai relative alla Gestione Creativa delle divergenze e dei conflitti. La prima è la stesura della nostra Costituzione nella quale posizioni politiche opposte hanno dialogato e sono giunte a dichiarare il ripudio della guerra come strumento di soluzione dei conflitti fra stati. La seconda è  la proposta dei Corpi Civili di Pace avanzata da Alex Langer nel1994 al Parlamento europeo come dispositivo d’intervento nelle zone di conflitto in grado d’impedire l’escalation e ricostruire tessuti di cooperazione. L’Italia e l’Europa debbono con forza e decisione rilanciare l’esistenza dei Corpi civili di pace. Lo chiederemo dall’Ucraina.

 

  1. Per ripensare la pace dobbiamo oggi ripensare l’Europa. Per questo la nostra iniziativa si svolge l’11 luglio. Una data significativa per due ricorrenze. È il giorno di San Benedetto patrono d’Europa.  Come disse Paolo VI quando lo proclamò patrono, Benedetto seppe infondere “unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire un unico popolo”. Ma l’11 luglio è anche l’anniversario di Srebrenica, il peggior massacro in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, avvenuto tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe di Bosnia massacrano 8.000 ragazzi e uomini musulmani sotto gli occhi dell’Onu e dell’Europa. L’11 luglio è data quindi di un fallimento storico e di una tenace speranza.

 

  1. Pensare la pace, oggi, significa prima di tutto avere un’idea di futuro desiderabile per umanità contro i tanti futuri distopici a cui narrazioni e rappresentazioni ci preparano da decenni. Mettere in atto nuove forme e nuove tecniche del dialogo non ha nulla a che vedere con la rappresentazione di pacifisti e nonviolenti  come anime belle intente “a giocare alla pace” o a dichiararsi “neutralisti” mentre gli ucraini sono costretti a far volare i missili anticarro. Pensare la pace vuol dire prepararla con un’Europa dei cittadini, come diceva Altiero Spinelli, un’Europa dei popoli e non dei nazionalismi, come diceva Giorgio La Pira. È ora per noi di salire sulle spalle dei giganti.