Ha ripreso il suo lento ma determinato cammino il progetto di legge sui Budget di Salute alla Commissione Affari Sociali della Camera. Come accade quando una nave da crociera sta facendo una manovra di inversione, ma appare ferma per chi la guarda da lontano, così avviene spesso per l’innovazione del welfare in Italiano. Appare tutto immobile ed invece ci sono fiumi carsici sotterranei che di tanto in tanto emergono e arrivano fino al parlamento per diventare legge nazionale.

È successo così ultimamente con la riforma del terzo settore del 2017, attesa dal 1991; con la prima legge sul reddito di inclusione e poi di cittadinanza del 2016, attesa dal 1948; con la prima legge sul Dopo di Noi del 2016, attesa da sempre e per tanti versi ancora incompiuta. Quella che ora si muove nell’orizzonte del welfare italiano è certamente una delle riforme più importanti dal 1978, quando Franco Basaglia riuscì a fare approvare in parlamento con soli tre articoli di legge, la chiusura dei manicomi.

È in arrivo la legge che completa ed innova la 180. Basaglia aveva ben chiaro che chiudere le strutture manicomiali non era nient’altro che il dito, perché la luna era per i vulnerabili non solo la libertà “da” qualcosa ma soprattutto la libertà “di” fare qualcosa, per sé e per gli altri.

Martin Buber amava scrivere che la vera Solidarietà si ha “quando l’uno fa sentire all’altro che approva la sua esistenza”, ma sappiamo che non è andata così per 40 lunghi anni. Sono state aperte le porte dei cronicari, nel 2006 furono chiusi per legge anche gli orfanotrofi e nel 2014 gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma il motto di Buber è molto lontano dal realizzarsi.

Il welfare italiano ha sostituito, nei decenni successivi alla 180, il sistema dei grandi centri con i sistemi di convivenza protetta, residenziale e semi-residenziale, ha sostituito il sistema pubblico dell’istituzione totale con i sistemi privati delle piccole istituzioni aperte ma “separate” dai contesti comunitari.

La riforma è avvenuta solo per metà, con un “welfare separatista” che ha costruito sistemi di accreditamento per ogni categoria di disagio: per i minori nelle case famiglia, per i centri per disabili, per gli anziani, per i migranti. Per ogni categoria una struttura, per ogni persona non un progetto di vita, ma un indirizzo in tasca dove dover andare.

In questo modo è accaduto che anche nel welfare, nonostante il grande cambiamento atteso dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e dalla 180, si ripetesse il metodo delle economie estrattive del carbon fossile: si è pensato di poter estrarre il disagio dalle comunità per affidarlo a “strutture competenti”, fino a far diventare lo stato sociale un costo e non un modo di essere fondativo della nostra comunità nazionale.

La coesione sociale si costruisce attorno agli ultimi, attorno alle persone disuguali di cui ci parla l’articolo 3 della nostra Costituzione, il rischio che corriamo è invece un capovolgimento dell’articolo: rimuovere gli ostacoli alla disuguaglianza sociale e sostanziale ha significato per molti versi rimuovere e spostare le persone deboli da una parte all’altra di una comunità territoriale.

Si è proceduto a separare agio da disagio, ma la tensione è stata quella di proteggere l’agio dal disagio. Di togliere ogni pericolo e fatica che le persone vulnerabili  portano alla convivenza umana, facendo scivolare il nostro Stato Sociale, in uno Stato dell’Incolumità Individuale, per dirla con Bauman.

Con il Budget di Salute si sta provando a fare non una legge nuova nel sistema dell’economia estrattiva, ma una riforma straordinaria che porti il welfare italiano verso il sistema delle energie rinnovabili: per ogni persona  la libertà di scrivere un progetto di vita, per ogni cittadino vulnerabile la proposta di una prognosi positiva grazie ad investimenti pubblici nelle determinanti sociali della salute (habitat, socialità, formazione, lavoro, affettività).

La comunità di cura non è più il recinto del privato accreditato ma la comunità abitata, la comunità reale, il capitale sociale di un paese o di un quartiere, il vicino di casa che si prende carico del sofferente psichico, l’artigiano che assume una persona con disabilità come apprendista, l’impresa agricola che include la persona vulnerabile nell’azienda, un appartamento condiviso da anziani soli con minori in difficoltà.

Il budget di salute è un metodo per rinnovare le nostre energie sociali spendendole per la crescita del capitale umano e sostituendo la spesa delle rette (un budget per ogni posto letto), che è diventato uno dei costi più insostenibili del welfare italiano, in una forma di investimento che ritorna sulla comunità stessa. Una comunità che investe sulla sua resilienza e sulla sua solidarietà non solo spende di meno e cura di più, ma soprattutto cambia le variabili culturali dell’economia e dell’habitat, rendendo sia l’una che l’altro inclusivi.

Sarà una legge senza un capitolo di spesa, perché tesa a rinnovare  la spesa esistente (estrattiva) in spesa nuova (rinnovabile).

Dove i Budget di Salute hanno funzionato, in Campania, in Emilia Romagna, in Friuli Venezia Giulia, a Messina, i pazienti psichiatrici che hanno potuto goderne sono divenuti soci di cooperative sociali, hanno fondato ristoranti e fattorie sociali, gestiscono alberghi diffusi e lavorano nelle produzioni artigiane.

Il costo della loro presa in carico è divenuto l’attivatore di nuove economie, nelle realtà delle aree interne hanno contribuito a dare nuova vita alle terre abbandonate, a Messina i pazienti psichiatrici hanno offerto servizi fotovoltaici nei tetti dei quartieri popolari, a Casal di Principe le persone con disabilità hanno sostenuto con i loro budget di salute la nascita dei movimenti anticamorra.

Il budget di salute funziona non semplicemente perché cura, ma per la sua capacità trasformativa: rigenera i legami di comunità in legami di cura, trasformando gli assett patrimoniali delle comunità abitate in nuove forme di inclusione sociale.

C’è una nuova nave all’orizzonte dobbiamo accompagnarla e sostenere come società civile perché completi bene ed in fretta la sua importante manovra.

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