Position Paper 3

ACCOGLIENZA DIFFUSA

CURATORI:

VALENTINO BOBBIO | MAURIZIO PITZOLU | EDOARDO BARBAROSSA | GIOVANNI FORTUGNO

Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto in modo analitico cosa accade al cittadino della società liquida, priva di legami, all’incontro con uno straniero. Abbiamo inavvertitamente sostituito lo Stato sociale con uno “Stato di incolumità personale”, che indugia, pur senza troppa consapevolezza, a difendere le posizioni degli agiati da quelle dei disagiati. Nello Stato di incolumità personale il cittadino tende a chiedere e pretendere dai suoi governanti una protezione individuale dalle minacce che arrivano “dall’altro” e la figura dell’immigrato clandestino rappresenta in sé tutte le minacce percepite come terribili dai cittadini. Sono le minacce “rappresentate da un pedofilo in libertà, da un serial killer, da un mendicante invadente, da un rapinatore, da un malintenzionato furtivo, da un avvelenatore, da un terrorista”(1).
A partire dalla legge Bossi-Fini e già da qualche anno prima, essere uno straniero irregolare in Italia ha significato non una condizione di disagio sociale, per la comunità e per l’immigrato, ma una condizione penale, per la comunità regolare contro l’individuo (uomo o donna) irregolare.
Sempre per dirla con Bauman (2): mentre le città medievali erano chiuse all’esterno con spesse mura e a volte veri e propri ponti levatoi per separarsi dall’esterno ed essere aperte al loro interno, le città postmoderne sono un dedalo di fortezze interne, ogni casa è caratterizzata da porte blindate e videocitofoni, ogni palazzo da cancelli e sbarramenti all’ingresso. Abbiamo avuto Schengen, la scomparsa dei confini interni all’Europa, abbiamo avuto i voli low-cost che hanno collegato a poco prezzo mete impensabili fino a qualche anno fa, abbiamo imparato ad acquistare il sushi sotto casa e a cucinare il riso basmati, ma la globalizzazione non è stata solo sinonimo di mondializzazione, per una parte della popolazione questa apertura ha significato e significa pericolo. Pericolo di essere invasi, pericolo di essere sostituiti, pericolo di dover dividere il poco con tanti. Come ha fatto notare Tito Boeri, in un suo recente saggio su populismo e Stato sociale “c’è un’altra forma di minaccia alla sovranità nazionale sulle politiche del welfare nei Paesi con uno stato sociale più generoso, sulla quale i partiti populisti capitalizzano consensi. È una minaccia indiretta. Si basa sulla relazione tra Stato sociale e immigrazione. Sarebbe quest’ultima a togliere sovranità ai Paesi nel disegno del proprio welfare state” (3).

La vulgata populista del fronte anti-immigrati, pur in assenza di dati a conforto si poggia sul fatto che l’immigrato irregolare è una persona povera e che quindi se venisse regolarizzato comporterebbe una spesa eccessiva di welfare e dunque una contrazione dello stato sociale a sfavore degli autoctoni. È il racconto di un welfare delle prestazioni equivalente ad una coperta corta: se arrivano stranieri a tirare la coperta dal lato dei piedi, la schiena degli europei/italiani resta scoperta. Nasce così il nuovo brocardo della politica: prima gli americani, prima gli europei, prima gli inglesi, prima gli italiani, prima i lombardi, prima i preturesi. Si arriva così a vivere nell’accoglienza dello straniero tre paure mescolate tra di loro: verso l’altro, verso il diverso, verso il povero (4).

In una Europa che rappresenta il 5% della popolazione mondiale, con gli indici di vecchiaia e spopolamento peggiori della sua storia, un’Europa che solo un secolo fa era ricorsa alla migrazione di massa negli Stati Uniti per fuggire da povertà e guerre (oltre 12 milioni di persone sbarcarono ad Ellis Island tra il 1880 ed il 1920) è in fortissima ascesa l’ideologia della “chiusura”. La Brexit, lo shock politico più importante dalla caduta del muro di Berlino, prometteva ai suoi fautori la facile espulsione dei migranti5; a Ventimiglia, Italia e Francia si “sono contesi” per anni la non-accoglienza di poche decine di persone migranti rifugiate sugli scogli6; nella Jungla, il campo profughi spontaneo di Calais sulla Manica, oltre 7mila persone hanno vissuto per anni in condizioni di totale precarietà e indigenza pur di provare a imbarcarsi verso il Regno Unito (7); ai confini con il Marocco c’è un territorio europeo, la barriera di Ceuta, in cui i migranti possono vivere per intere giornate in bilico tra Africa ed Europa, una gamba al di qua ed una al di là della barriera nella speranza di non essere fermati dalla polizia spagnola; nei primi mesi del 2020 a Lesbo e Chios, due isole greche ai confini con la Turchia, i migranti vengono cacciati come bestie durante la notte da ronde di greci che si sono auto-organizzati nel respingimento dei migranti, molti provenienti dalla martoriata Siria, come fossero dei nemici di guerra8; nel Mediterraneo, 300 km di mare hanno ingoiato più di 19mila vite dal 2013 al 2019, persone che potevano essere salvate con poco impegno da parte di un’Europa girata da un’altra parte, in Italia per la prima volta dal dopoguerra abbiamo vissuto un intero anno con i porti chiusi ai migranti, anche se naufraghi, anche se minori, anche se donne incinte, anche se disarmati e poveri di chance, anche se provenienti dall’orrore dei campi di concentramento in Libia, denunciati come tali dall’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, Unhcr, con una pubblicazione di dicembre 20189. Una politica coerente con gli stereotipi prodotti nella pancia del popolo confermati dal rapporto Censis sulla situazione sociale d’Italia nel 2018, secondo cui per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità; per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare.

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Note

1 Z.Bauman, Modus Vivendi. Infermo e utopia nel mondo liquido, Laterza, 2007,15;

2 Z.Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, 2001;

3 T.Boeri, Populismo e Stato Sociale, Laterza, 2019, 15-16;

4 Sul ritorno dei sentimenti di aporofobia si veda tra l’intervento di S.Zamagni in https://www.avvenire.it/attualita/pagine/terzo-settore-sotto-attacco

5 https://www.ilmessaggero.it/mondo/brexit_migranti_gb_immigrati_ingressi_ultime_notizie_news-5061432.html; 

https://www.ilsole24ore.com/art/brexit-2021-sistema-punti-gli-immigrati-ACVC2vr;

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/25/brexit-visti-rimpatri-e-tagli-al-welfare-cosa-accadrebbe-agli-immigrati-anche-agli-italiani-se-londra-uscisse-dallue/2761077/

6 https://openmigration.org/analisi/a-ventimiglia-dove-i-respingimenti-di-migranti-sono-allinterno-delleuropa/;

https://www.riviera24.it/2019/09/ventimiglia-caritas-400-migranti-respinti-dalla-francia-la-scorsa-settimana-602829/;

https://www.huffingtonpost.it/2015/06/19/ventimiglia-profughi_n_7623816.html?utm_hp_ref=it-migranti-ventimiglia

7 V. tra gli altri: M. Aigier, La giungla di Calais. I migranti, la frontiera e il campo, Ombre Corte Edizioni, 2018;

8 Vedi tra gli altri i reportage di Nello Scavo su Avvenire, https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ronde-antiprofughi-sul-confine-greco

9 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/09/09/la-denuncia-di-unhcr-in-libia-atrocita-contro-rifugiati-anche-bambini_0f59e1be-6922-4ede-9ef7-deeb0eb8e9a5.
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Il quadro normativo

La pandemia ha aggiunto dunque la sua complessità al tema più dibattuto degli ultimi anni: l’accoglienza e l’integrazione delle persone migranti che sono già in Italia o che arrivano in questi mesi. Relativamente al welfare dell’accoglienza, dove eravamo in Italia prima di questa urgenza sanitaria? L’Italia aveva un sistema di accoglienza essenzialmente diviso in quattro:
1. i Centri di Accoglienza Straordinari (Cas) che si reggono su appalti delle prefetture a soggetti privati, Terzo settore ma anche albergatori ed holding immobiliari;
2. il Sistema Pubblico di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar), poi divenuto Siproimi con le modifiche apportate dai cd. Decreti Sicurezza (sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e Minori stranieri non accompagnati);
3. i mega Centri per Richiedenti Asilo (Cara) che erano e sono in via di smantellamento un po’ dappertutto a seguito anche di importanti inchieste giudiziarie a loro carico;
4. i Centri di Espulsione e Rimpatrio (Cpr) in cui i migranti colpiti da un decreto di espulsione vivono una condizione di detenuti amministrativi molto dubbia dal punto di vista del diritto internazionale e costituzionale e certamente molto contestata dalle organizzazioni internazionali che difendono i diritti umani.
Un altro pezzo di welfare, se così si può chiamare, è certamente il welfare carcerario: secondo i dati diffusi da Antigone e dal Dap nel 2018 un detenuto su tre è straniero, la maggior parte di loro è in carcere con pene minime non potendo facilmente agevolarsi
di misure alternative alla detenzione. Il dato dal 2018 al 2019 è stato in crescita (ha superato il 33%, andando a sfiorare le 20mila presenze).

Nei primi mesi del 2020 sono solo i Cas e gli ex Sprar (Siproimi) a “contendersi” l’accoglienza diffusa. Ma tra i due non c’è partita: su 180mila accolti, 150mila sono ospiti di Cas e meno di 30mila circa sono ospiti del Siproimi.
Non solo, con la conversione in legge del primo decreto sicurezza, la l.132/2018, i richiedenti asilo non possono più entrare nel sistema di accoglienza pubblico e così per una circolare di dicembre 2019 sono per legge espulsi dagli Sprar per tornare nei Cas da cui erano usciti in precedenza.

Inoltre, gli accordi con la Libia e la strategia dei Porti chiusi hanno fatto sì che gli sbarchi in Italia siano scesi da 170mila del 2015 a meno di 20mila, quelli certificati, nel 2019. Lo Sprar vive su una sorta di montagna russa dalla sua nascita (2002) ad oggi: dopo essere stato con lentezza riconosciuto (in particolare dalla Germania) come uno dei migliori servizi d’Europa per l’accoglienza e l’integrazione dei richiedenti asilo è passato dai 1.365 beneficiari del 2003, ai circa 4.000 nel 2012, per poi impennare a 10mila nel 2013 e 20mila nel 2014, fino ai circa 30mila del 2018, coinvolgendo sempre più Comuni che hanno volontariamente aderito al sistema di accoglienza e integrazione, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 1100 enti locali coinvolti, e poi di nuovo in discesa in picchiata: viene improvvisamente bloccato da disposizioni normative marcatamente ispirate a motivi ideologici di “chiusura”, vengono fatti scendere “i passeggeri”, che dopo aver trovato un luogo di integrazione personalizzata devono tornare indietro in un servizio assistenziale di vitto ed alloggio molto più dispendioso complessivamente per lo Stato e senza alcuna economia esterna in termini di buona integrazione.

In questi anni la spesa del capitolo cooperazione internazionale in cui si trovano le risorse per accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo, dei titolari di protezione internazionale e dei minori stranieri non accompagnati è lievitato moltissimo pur essendo sempre di gran lunga inferiore ai nostri partner europei. Nel 2011 il fondo non toccava il miliardo di euro, mentre nel 2018 era arrivato a 5 miliardi, di questi nel 2017 la spesa più importante era la spesa dell’accoglienza (gran parte Cas e Cara) per circa il 64% del totale, mentre nel 2011 rappresentava il 36% del totale, mentre le spese per sanità ed istruzione, maggiormente collegate all’asset dell’integrazione sono calate dal 31 al 14% così come è drasticamente calata la spesa per i soccorsi a mare all’interno del capitolo, dal 32 al 20%.

Specularmente i dati delle Camere di Commercio e delle agenzie delle entrate sono concordi nel registrare una impennata di iscrizioni di nuove cooperative sociali (la gran parte delle quali orbitano fuori dalle grandi centrali) ed un aumento di fatturato per alcune di esse che raggiunge anche i 60 milioni di euro. Nel 2017 per i 150mila beneficiari dei Cas la spesa si aggirava attorno ai 5 milioni di euro al giorno, un fiume di denaro facile da raggiungere (gare con ribassi sulla base d’asta) che attirano anche società estere ad investire in Italia nel business dell’accoglienza.

Gli Sprar come sistema di sviluppo locale

Le prime iniziative di accoglienza decentrata in rete furono sperimentate dal basso da alcune organizzazioni della società civile verso la fine degli anni Novanta. Prendendo ispirazione da queste esperienze, tra cui si ricordano Riace e Trieste, il ministero dell’Interno, l’Associazione Nazionale dei Comuni (Anci) e l’Unhcr, hanno modellato il Programma Nazionale Asilo, precursore del sistema Sprar”. (10)

Le caratteristiche degli Sprar

Lo Sprar è un sistema di accoglienza integrata per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale (con la scure dei decreti sicurezza ha perso poi la platea dei beneficiari dei richiedenti asilo, potendo aprirsi solo ai già titolari) che ha in sé diverse variabili che lo rendono un sistema di successo:
1. i Comuni aderiscono volontariamente e stilano un progetto ben definito in cui si coniughi l’accoglienza allo sviluppo locale;
2. i Comuni possono gestire in proprio o affidare il servizio in una forma di cogestione con il Terzo settore, restando sempre titolari del progetto;
3. il finanziamento dei progetti consente di sviluppare processi stabili e sostenibili con cicli triennali rinnovabili, ed è sottoposto a rigide forme di controllo centrale e periferico;
4. il Servizio centrale dello Sprar, un organismo che fa capo principalmente all’Anci, è dotato di un capillare sistema di tutoraggio territoriale che segue l’andamento dei progetti con visite in loco, controllo documentale ed audit periodici dei beneficiari in assenza dell’équipe multidisciplinare;
5. il progetto può prevedere variazioni che possono essere efficacemente discusse nel dialogo tra ente titolare, Comune o associazione di Comuni, e Servizio Centrale, per il mezzo del tutor.

Il cuore dello Sprar è la cosiddetta Accoglienza integrata. “Per accoglienza integrata” s’intende il superamen to della sola “distribuzione di vitto e alloggio”, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali d’inserimento socioeconomico. Questo approccio prevede dunque l’accompagnamento individuale all’autonomia dei beneficiari dei progetti di accoglienza, che comprende anche l’inserimento dei beneficiari stessi all’interno delle comunità ospitanti”(11). Nonostante lo Sprar fosse considerato unanimemente
il sistema più consolidato e più sicuro, rispetto all’efficienza della sua organizzazione e all’efficacia degli obiettivi raggiunti, nel 2018, quando è divampata la polemica contro l’integrazione dei migranti in Italia, non era il sistema più sviluppato dal punto di vista dei numeri complessivi dell’accoglienza. Ad ottobre 2018 solo il 13,15% dei posti totali dell’accoglienza in Italia era coperto dallo Sprar, il resto era appannaggio di strutture private e del privato sociale attraverso importanti appalti con le Prefetture.

Strumento di crescita delle aree interne
A fronte delle evidenti criticità del sistema a permeare l’intera rete di accoglienza italiana, c’era e c’è un trend che rende lo Sprar un sistema di successo su un fronte nuovo del welfare: la rinascita dei piccoli Comuni. Con l’adesione libera al Sistema i piccoli comuni hanno potuto testimoniare una forza politica capace di generare risposte innovative più e prima delle aree metropolitane e delle città medie. “Applicando la suddivisione per aree interne agli Enti Locali titolari di progetto appare come quasi un Ente Locale su due appartenente allo Sprar afferisca ad un’area interna (323 su 659) e risultino titolari di 366 progetti su 776 attivi (il 47,2%). (…)Dalla distribuzione territoriale appare come questi Enti Locali siano principalmente concentrati lungo l’arco alpino (Lombardia orientale e Trentino), lungo l’arco appenninico settentrionale (Liguria e basso Piemonte, Toscana e Marche settentrionali), in tutte le regioni del Sud (Molise, Puglia e Campania settentrionali, Basilicata, e Calabria settentrionale) e in Sicilia sudorientale”12. Se si pone una lente di ingrandimento sul rapporto tra popolazione residente e beneficiari accolti si nota che le aree interne ed i piccoli comuni hanno avuto più coraggio e più visione del resto di Italia, accogliendo fino a 2,4 beneficiari ogni 1.000 abitanti, a fronte del valore medio di 0,8 dei centri urbani e periurbani. La realtà degli Sprar, di accoglienza integrata diffusa governata dai Comuni con il supporto di un sistema centrale, dimostra la grande capacità di innovazione sociale nei cosiddetti places left behind, luoghi lasciati indietro (G. Osti).

Come riportato nel recente saggio di Giovanni Carrosio13, la crisi migratoria ha dimostrato come le aree fragili di Italia siano state più capaci di innovazione rispetto al resto dei territori. “Nell’Italia interna abbiamo situazioni molto variegate, a seconda della specializzazione economica dei luoghi, della domanda di welfare delle famiglie, del modello prevalente di agricoltura, della capacità dei luoghi di stare dentro ai flussi turistici” (14).

Il welfare, processo di innovazione dello sviluppo locale

Il welfare, come processo di innovazione dello sviluppo locale in linea con il new green deal europeo, è testimoniato da diversi studi in materia, in cui vengono analizzate esperienze di successo delle green communities, i modelli innovativi nei servizi sociosanitari e nella scuola, la mobilità condivisa e le soluzioni di housing sociale, la valorizzazione delle filiere agro-alimentari e dei lavori connessi alla ricerca degli stili di vita low-profit15. In queste aree marginali non è sporadico che le politiche dedicate allo sviluppo delle aree interne (come ad esempio la Strategia Nazionali Aree Interne) producano variegate forme di sviluppo territoriale in cui “Il fare impresa è connesso a processi di costruzione comunitaria, di messa in campo di forme di governance inclusive, di empowerment individuale e collettivo, a partire dalla creazione e dalla distri buzione di valore economico ad impatto sociale”(16).
Come ben spiegato dal Presidente del Consiglio Conte in occasione della presentazione del Dpcm del 10 aprile 2020, il punto non è tanto organizzare la ripresa economica dell’Italia, quanto individuare nuovi modelli economici per l’Italia capaci di convivere con questi shock e, aggiungiamo noi, capaci di non ripetere gli errori dei modelli di economia e di welfare basati unicamente sull’immaginario dei grandi agglomerati urbani. Come ben ha fatto notare F. Barca in una intervista di un anno fa, la Strategia Nazionale delle Aree Interne – Snai non ha ragione di essere se dovesse tramutarsi in una logica di “riserve indiane”.

La Snai ha ancora oggi un importante significato per il futuro dell’Italia soprattutto nella Fase 2 se verrà considerata la sua ambizione di permeare e travasare i modelli economici esistenti in modelli economici orientati all’uguaglianza ed alla sostenibilità sociale ed ambientale,
Per fare solo un esempio di cosa può significare questo “travaso” nella fase due, si pensi all’oggettiva difficoltà di continuare a vivere in sistemi abitativi e di servizi per la vita quotidiana ordinariamente sovraffollati e chiedere, nel contempo, che perduri uno stato di distanziamento sociale compatibile con la ripresa economica. Basti pensare ai tanti lavoratori costretti ogni mattina a raggiungere il luogo di lavoro con mezzi pubblici o prendendo autobus nelle grandi città italiane che da ora in poi avranno grosse difficoltà a poter continuare il loro stile di vita, con la conseguenza che i mezzi pubblici saranno ancora più di oggi divisi in mezzi elitari (inaccessibili se non alle classi agiate del Paese) e mezzi poveri/poverissimi (accessibili a tutti e dove si vivrà il concetto di rischio come correlato obbligatorio, rischio accettabile ma pagato unicamente dalle classi meno agiate).

Riferimento per il nuovo welfare generativo

La nostra proposta è che nella Fase 2 il Governo prenda seriamente in considerazione l’ipotesi di potenziare gli Sprar dei piccoli Comuni e delle aree interne, tenendo intatto il modello operativo esistente, ed allargando la platea dei beneficiari a tutte le famiglie colpite dalla crisi che abitino in un comune con meno di 5.000 abitanti o in un’area interna che sia distanziata almeno 40 minuti di macchina da un centro abitato.
Chiediamo di progettare una specifica Fase 2 per le aree interne che utilizzi i combinati disposti della Legge Nazionale sui Piccoli Comuni 158/2017, la ripartenza del Comitato Nazionale per la Snai ed il D.Lg.vo n.142/2015 che disciplina gli Sprar e il Sibater dell’Anci, per garantire ai piccoli comuni la permanenza degli Sprar in una forma rinnovata connessa all’emergenza Covid-19. In particolare, si propone:
1. l’estensione della platea dei beneficiari dei progetti personalizzati dalle équipe multidisciplinari degli Sprar, includendo nei percorsi di accoglienza integrata persone disoccupate, cassintegrati e artigiani, commercianti e liberi professionisti che hanno chiuso le proprie attività a causa del Covid-19;
2. il rifinanziamento degli attuali 38mila posti per un triennio (molti dei quali oggi sono rimasti inutilizzati a causa degli effetti della Legge 132/2018, conversione del Decreto Sicurezza, e della netta diminuzione degli sbarchi), ed aggiungere una nuova previsione per altri 38mila posti in piccoli Comuni che vogliano accedere a questo sistema straordinario di welfare per contrastare
la crisi sociale ed economica del Covid-19;
3. il rinnovamento delle linee guida per il funzionamento degli Sprar con interventi mirati di presa in carico di persone colpite economicamente dalla pandemia e di minori in condizioni di povertà educativa, che vivono una condizione di rischio effettivo di drop-out scolastico dovuto all’emergenza sanitaria e di digital divide;
4. la sperimentazione del modello di cura personalizzata e di sviluppo locale condiviso delle comunità locali, particolarmente delle zone interne, sia alla vita dignitosa degli anziani, sia ad un nuovo approccio al turismo, come presentato di seguito.

La qualità di vita degli anziani e le aree interne

Secondo l’ultimo rapporto Censis, sono 370mila i pensionati con la valigia che spendono la propria pensione all’estero: migliaia di italiani che hanno scelto di sfruttare le agevolazioni fiscali in Portogallo, Spagna o Tunisia, Paesi dove la vita costa poco. Altri pensionati sono obbligati a spendere la loro pensione in case di cura molto costose oppure a restare comunque nelle loro abitazioni, spesso periferiche senza grandi relazioni sociali, magari, talvolta, vittime di dipendenze quali slot machine o gioco d’azzardo. Nel 2015 gli anziani, secondo l’Istat, erano 11.700.000, il 19,5% della popolazione italiana, e gli anziani che vivevano da soli erano quasi 3.000.000, costituendo la maggioranza (il 52%) delle persone sole. Una solitudine sovente pesante e con relazioni sociali povere. La pandemia è prosperata in un ambiente urbano inquinato, che da una parte accresce le possibilità di contagio e dall’altra indebolisce le capacità di risposta. Infatti, la qualità dell’ambiente aumenta le possibilità di una vita sana, come mostrano ad esempio i tanti anziani della Sardegna e la loro notoria longevità.

Un’esperienza di accoglienza e di welfare per gli anziani

Un intervento per il rilancio di un’economia sostenibile che metta la persona al centro, da attivarsi all’interno di un patto per l’imprenditorialità, può assumere come riferimento la progettualità sperimentata a Fluminimaggiore, un paesino del sud della Sardegna in cui l’intera comunità si è attivata per ristrutturare case abbandonate e costituire cooperative che si occupano di gestire i servizi per gli anziani, che vengono a vivere in questo borgo.
L’esperienza di Fluminimaggiore mostra alcune interessanti caratteristiche utili per lo sviluppo della sperimentazione:
1. un paese in via di spopolamento, ma ancora vivo, con servizi alla persona ed alla comunità ancora attivi;
2. una comunità locale accogliente ed inclusiva, che offre relazioni sociali calde agli anziani che vengono a vivere nel Paese;
3. un patrimonio abitativo ampio e di qualità, ma sottoutilizzato, destinabile ad una accoglienza diffusa;
4. una condizione ambientale sana, che favorisce una vita in salute;
5. un clima mite tutto l’anno, che consente una vita sociale e la partecipazione ad eventi ed incontri fuori casa;
6. livelli dei prezzi decisamente inferiori a quelli delle città, che accrescono la capacità di reddito reale degli anziani;
7. la vicinanza a snodi dei trasporti, che rendono più agevole la visita ai parenti e consentono mobilità.

Le abitazioni rispondono a buoni standard di qualità e sicurezza, e sovente sono, dotate di giardini e cortili, e sono nel paese in modo da restituire il senso di comunità e favorire le relazioni tra gli anziani e la popolazione locale. La proposta valorizza la capacità di mobilitazione locale maturata con gli Sprar, ed intende generare molteplici risultati per diversi interlocutori.

Agli anziani offre la possibilità di vivere:
1. in un contesto salutare;
2. in un clima più mite;
3. in una situazione sociale spesso migliore e più accogliente di quella di molte periferie delle città;
4. con costi più contenuti per i servizi abitativi e sociali.

Ai borghi ospitanti la proposta consente di:
1. contrastare il declino e l’abbandono del territorio, e di salvaguardare il patrimonio culturale, fisico e sociale;
2. recuperare tante case abbandonate, che in molti borghi spesso rappresentano la maggior parte delle abitazioni (oggi in Italia si contano 8 milioni di posti letto non utilizzati);
3. attivare un tessuto imprenditoriale/lavorativo importante di servizi agli anziani, per cui vi è una domanda crescente, che vanno anche a vantaggio della popolazione locale, grazie alla maggiore domanda;
4. occupare giovani che vogliano occuparsi di gestire diversi servizi per anziani e per i residenti (cura, poste, banca, spesa, svago, assistenza sociale, etc.).
Superato il modello della casa di riposo tradizionale, è opportuno puntare ad offrire agli anziani strutture diffuse, dotate di tutti i comfort, dai servizi di ristorazione ai centri ricreativo-sportivi, in un contesto sociale accogliente. Lo sviluppo di servizi per gli anziani favorisce anche una maggiore disponibilità di servizi per la popolazione e crea una massa critica di domanda per nuove attività d’impresa e di servizio. Sarà possibile organizzare per andare al mare a luglio, e poi per cercare funghi in ottobre, camminare o fare yoga, e andare al cinema o al teatro. E ancora escursioni nelle cantine vinicole, gite archeologiche, raccolta dei frutti del bosco e della terra e tante altre attività che, oltre a riattivare l’economia locale, sono rigeneranti per la salute degli anziani.

L’obiettivo è offrire servizi di qualità per una vita dignitosa ed attiva degli anziani, utilizzando le competenze di gestione di progetti di welfare generativo maturate con l’esperienza degli Sprar.
Il modello proposto è quello della cooperativa di servizi o di una cooperativa di comunità dove tutti gli attori del territorio ed i cittadini sono invitati a contribuire: proprietari di case, artigiani, commercianti, operatori sociali, tecnici e specialisti, associazioni.
Il paese intero viene chiamato a realizzare il progetto, animato dal lavoro di manager capaci e specificamente motivati, attivando molte attività economiche, a partire dagli imprenditori edili che si occupano della reperibilità e della ristrutturazione delle case. Un fattore di successo sarà l’attivazione di una efficace partnership pubblico-privata. L’avvio della sperimentazione parte dall’individuazione di siti con le caratteristiche adeguate, che abbiano un’amministrazione interessata ad investire su un progetto di medio termine per il rilancio economico e sociale del  territorio. Una volta individuate le prime amministrazioni pilota interessate al rilancio del proprio territorio, occorre progettare con queste e con le associazioni locali con cura l’intervento, affinché chi arrivi, oltre al clima mite, trovi residenze di qualità, cooperative in grado di prestare diversi servizi, trasporti pensati su misura, eccellenze gastronomiche a chilometro zero ed anche la possibilità di accogliere e condividere coi propri affetti periodi
di vacanze in strutture di livello.
La proposta prevede, una volta consolidato il modello, di renderlo scalabile e di diffonderlo su tutto il territorio nazionale.